Risponde alle nostre domande Dino, che conosce il carcere dall'interno, dopo avervi trascorso molti anni della sua vita.
La sua è una voce che nasce dall'esperienza diretta e da un lungo percorso di riflessione.
In carcere, che cosa ti aiuta a non lasciarti andare?
Risponde Dino: Qui il tempo si vive un giorno alla volta, non puoi pensare troppo al domani, perché rischieresti di esserne schiacciato. Allora impari a cercare piccole gioie: leggere un libro, frequentare un corso, studiare, parlare con qualcuno che ti ascolta davvero o condivide il tuo modo di vedere le cose. Sono momenti che, fuori dal carcere, sembrano normali, ma qui diventano essenziali. Ti aiutano a mantenere viva la mente e a non perdere te stesso.
In carcere il pericolo più grande è la rassegnazione. Quando smetti di costruire qualcosa dentro di te, ogni giornata diventa uguale alla precedente. Il tempo non passa più: si trascina. Ti ritrovi a vivere una quotidianità fatta di attese, di lamentele, di vuoto. È una vita piatta, che rischia di spegnere ogni desiderio di cambiare. C'è chi reagisce e prova a costruire qualcosa, ma c'è anche chi si lascia andare, perché il carcere può annientare se si smette di dare un senso alle proprie giornate.
Per questo credo che leggere e studiare siano molto più di un modo per occupare il tempo. Sono un modo per nutrire la mente, per acquisire conoscenza, per riflettere sui propri errori e capire come non ripeterli.
La rieducazione, per me, comincia proprio da lì: dalla capacità di guardarsi dentro con onestà e di imparare qualcosa ogni giorno. Se non dai tu un significato al tempo, sarà il tempo a svuotare te.
E allora diventa davvero difficile immaginare un futuro diverso
Qual è il momento più difficile della giornata?
Il momento più difficile della giornata arriva quando si chiude la porta della cella. È in quell'istante che senti davvero di essere un prigioniero.
Durante il giorno riesci a muoverti, a parlare con qualcuno, a leggere, a fare qualcosa che ti aiuti a tenere occupata la mente. Ma quando quella porta si chiude, tutto cambia. È come se davanti a te comparisse un muro che ti toglie anche quell'ultima illusione di libertà.
Ti avvicini alla finestra e vedi il cielo diviso dalle grate, un cielo a quadratini. Anche i pensieri sembrano fermarsi lì, contro quelle sbarre. È allora che resti solo con te stesso, e i pensieri, a volte, possono diventare i peggiori compagni di cella.
Per questo molti cercano un modo per distrarsi: la televisione, la radio, la musica, una lettera da scrivere ai familiari. Sono piccoli gesti che aiutano ad attraversare la serata e a non lasciarsi travolgere dalla solitudine.
Ma in carcere ci sono due cose che mancano sempre: il silenzio e il buio.
C'è sempre una voce, una televisione accesa, una luce che resta accesa per i controlli. Eppure, proprio in quella mancanza di silenzio e di buio, sei costretto a fare i conti con te stesso. È un confronto che richiede coraggio.
Con il tempo ci si abitua, perché l'essere umano ha una straordinaria capacità di adattarsi. Ma adattarsi non significa smettere di soffrire. Significa imparare a convivere con quella sofferenza, sperando che la notte passi in fretta e che il giorno dopo porti con sé un altro piccolo motivo per andare avanti.
Perché il momento più difficile, alla fine, è sempre lo stesso: quando rimani solo con te stesso. È in quel momento che si fanno i conti con la coscienza. È così, è semplicemente così: il momento più brutto è quello quando sei solo con te stesso.
E si può essere soli anche in mezzo a tante persone.
C’è violenza in carcere?
Il carcere è già, di per sé, una forma di violenza. Ti priva della libertà, della tua identità e della possibilità di scegliere. Ma la violenza più difficile da sopportare non è sempre quella fisica, ma quella che si insinua nella vita di tutti i giorni.
In carcere non scegli con chi vivere. Ti viene imposta una convivenza con persone che hanno storie, culture, abitudini e caratteri completamente diversi dal tuo. Quando gli spazi sono pochi e la tensione è alta, anche i gesti più banali possono diventare motivo di scontro.
Molti costruiscono una corazza. Alzano la voce, mostrano aggressività, cercano di apparire più forti di quello che sono. Non sempre perché vogliono fare del male, ma perché hanno paura di essere sopraffatti. È una forza apparente, che alimenta altra violenza e rende il clima ancora più pesante.
La forma di violenza più dura è la pressione psicologica. Vivere sapendo di doverti difendere continuamente, senza poterti rilassare davvero. Chi è più fragile rischia di soccombere: si isola, si lascia andare, può arrivare a gesti autolesivi.
La rabbia si riversa troppo spesso contro altri detenuti, così il carcere diventa due volte punitivo: non solo perché ti priva della libertà, ma perché sei costretti a subire la sopraffazione di chi vive accanto a te.
La violenza più grande è quella che diventa normale, che nessuno vede più e che finisce per essere accettata come parte della quotidianità.
Che cos'è la cosa più difficile da accettare in carcere?
La cosa più difficile da accettare è l'attesa.
In carcere impari presto che il tempo non scorre più come fuori. Tutto arriva dopo. Devi pensare oggi a quello che ti servirà tra due o tre giorni. Anche una cosa semplice come fare la spesa richiede di programmare, perché nulla è immediato. Fuori siamo abituati ad avere tutto subito; in carcere, invece, vivi nel ritardo. E questo cambia completamente il tuo modo di pensare.
Il problema non è soltanto aspettare, è piuttosto dare un senso a quell'attesa.
Se il tempo rimane vuoto, lentamente diventa un peso. Le giornate sembrano tutte uguali e l'attesa si trasforma in oppressione, lamentela, rabbia, invidia. È così che molte persone finiscono per lasciarsi andare.
Per questo credo che leggere, studiare, scrivere, fare attività fisica o coltivare relazioni positive non siano semplici modi per passare il tempo. Sono strumenti per restare vivi, sono ciò che impedisce alla mente di spegnersi e alla persona di arrendersi.
Molti cercano di sfuggire a quell'attesa dormendo il più possibile o rifugiandosi negli psicofarmaci. È un modo per far passare le ore, ma non aiuta a vivere davvero quel tempo. Altri, invece, provano a riempire ogni giornata di qualcosa che li faccia crescere, anche solo di una pagina letta o di una conversazione che lasci un pensiero.
In carcere tutto è scandito da orari: il risveglio, i pasti, l'ora d'aria, la chiusura della cella. Giorno dopo giorno si ripetono gli stessi gesti, e il rischio è che anche i pensieri diventino sempre gli stessi. Se non trovi qualcosa che dia significato alle tue giornate, il tempo finisce per consumarti.
Il carcere mi ha insegnato che il tempo può essere il tuo peggior nemico oppure il tuo più grande maestro: dipende da come scegli di viverlo.
Se riesci a riempirlo di conoscenza, riflessione e crescita personale, anche una giornata di detenzione può avere un senso. Se invece rimane vuoto, quel vuoto entra dentro di te e diventa la parte più difficile da sopportare.
Che cosa manca di più, in carcere?
In carcere manca tutto.
Ti mancano gli affetti, gli abbracci, la normalità, le cose più elementari, e ti accorgi di quanto fossero importanti solo quando non le hai più.
Mancano i valori umani, anche se a volte li ritrovi proprio in persone sconosciute con cui sei costretto a condividere una cella e che, senza chiederti nulla, si mettono in ascolto del tuo dolore. Perché il bisogno più grande, in carcere, raramente è materiale: è quasi sempre umano.
Puoi avere qualche oggetto in più, una radio, un libro, qualcosa che renda le giornate meno pesanti, ma alla fine della sera ti accorgi che manca sempre qualcosa. E anche se tu avessi tutto, se potessi comprare quello che vuoi e frequentare chi vuoi, sarebbe comunque qualcosa di freddo, perché non sono le cose a farti dire "ho tutto" oppure "mi manca tutto": è una condizione umana.
Puoi avere tutti i beni del mondo e restare infelice. Perché il vuoto non si riempie con le cose.
Per tanti anni, Natale, Pasqua, Capodanno e perfino il mio compleanno hanno smesso di avere un significato, erano solo giorni uguali agli altri. Oggi so che la vera festa è soltanto quando sei felice. Ho ricominciato a festeggiare il compleanno solo da pochi anni, da quando ho conosciuto persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene. Prima restavano soltanto le luci, qualche dolce in più, l'allegria negli occhi degli altri. La guardavi, sperando che un giorno potesse appartenere anche a te. Poi, con il tempo, rischi di perdere perfino quella speranza.
Quando esci dal carcere recuperi la libertà, ma non tutto il resto.
C'è un detto che dice: "Esci dalla galera, ma non esci dalla pena". Significa che alcune ferite continuano a vivere dentro di te. Come una crepa in un oggetto riparato: puoi aggiustarlo, ma quella crepa resterà sempre visibile. E forse è proprio questo che manca di più: la possibilità di tornare a essere esattamente la persona che eri prima.
E poi c'è una puzza particolare, la puzza della galera. Quella non viene neanche con il disinfettante migliore. Non si toglie, è qualcosa che ti porti dentro. Quando lavi un abito in carcere, in quel secchio, che ristagna anche se tu lo lavi subito, c'è un odore... gli afrori della moltitudine, delle masse, dell'accavallamento.
Anche quando sei all'esterno, e senti altre parole, altri discorsi e non senti più quello che sentivi in carcere, che erano cose semplici, erano cose insignificanti, però in quel contesto servivano. E all'improvviso metti il piede fuori, sei libero, e quella parola non ha più lo stesso valore di prima.
Ma tu hai lasciato qualcosa in carcere. E non lo recuperi. Non lo recuperi perché ti senti legato.
E quindi cosa manca? Manca tutto.
Che cos'è il presente per chi è in carcere? Che peso assume il passato? E c'è spazio per il futuro?
Quando entri in carcere il futuro scompare.
Esiste solo il presente, ed è un presente durissimo. Ti ritrovi chiuso in una cella con una persona che non conosci. Hai paura, sei confuso, non sai quanto tempo resterai lì, non sai che cosa succederà alla tua vita, alla tua famiglia, al tuo lavoro. Tutto quello che fino al giorno prima sembrava importante viene travolto da un'unica domanda: 'E adesso?'
L'inizio è il momento più difficile eogni giorno sembra più pesante del precedente. È come se una cappa ti scendesse davanti agli occhi e tutto diventasse grigio. Non riesci a vedere oltre la giornata che stai vivendo. Per questo i primi giorni sono anche i più pericolosi: è il momento in cui la disperazione può prendere il sopravvento su chi è più fragile.
Anche il passato cambia significato. Ti rendi conto che quello che pensavi potesse risolvere un problema, in realtà ne ha creati molti di più. Il vantaggio che immaginavi di ottenere è sparito in un istante e al suo posto sono rimasti il carcere, il dolore e le conseguenze per te e per le persone che ami. Il passato diventa un peso che ti accompagna ogni giorno.
E il futuro? All'inizio non lo vedi. Vedi soltanto il buio. Pensi che tutto sarà sempre così. Solo con il tempo, quando inizi ad adattarti a quella realtà, riesci a guardare un po' più avanti. Ma da solo è molto difficile.
Il futuro torna a esistere solo quando qualcuno decide di credere in te. Un educatore, un volontario, un operatore, una persona che ti ascolta e ti offre una possibilità concreta. La speranza non nasce dalle parole, nasce dalle occasioni. Perché puoi ripeterti mille volte: "Quando uscirò cambierò vita". Ma se fuori trovi le stesse condizioni che ti hanno portato a sbagliare, quel cambiamento rischia di rimanere soltanto un desiderio.
Per questo, alla domanda se in carcere c'è spazio per il futuro, la mia risposta è: non sempre.
Il futuro esiste solo quando qualcuno ti aiuta a immaginarlo e a costruirlo insieme a te.
Esiste amicizia in carcere?
In carcere si dice che, per diventare amici, bisogna mangiare insieme un chilo di sale.
Significa attraversare la sofferenza, condividere i momenti difficili, capire chi è davvero disposto a dividere con te anche l'ultimo pezzo di pane. È nella fatica che si conoscono le persone.
Io ho incontrato persone che porto ancora oggi nel cuore. Alcune le sento ancora, dopo tanti anni. Il carcere crea legami forti, perché si condividono esperienze che fuori è difficile persino immaginare.
Ma non so se chiamerei tutto questo amicizia. L'amicizia, per me, nasce nella libertà. Nasce quando scegli di stare accanto a una persona, non quando qualcuno ti impone di condividere una cella con lei. In carcere la convivenza è obbligata e, spesso, il rapporto nasce prima di tutto per necessità.
Con il tempo impari a conoscere l'altro, a rispettarlo, magari anche a volergli bene, ma resta sempre una relazione nata dentro una condizione che non hai scelto.
Per questo ci si apre con prudenza; raccontare qualcosa di sé significa affidare una parte della propria vita a qualcuno. E in carcere la fiducia è una conquista lenta, perché sai che domani quella persona potrebbe non esserci più, oppure potresti essere tu ad andare via.
Sì, possono nascere legami profondi. Ma la vera amicizia, quella che scegli liberamente e che continua anche fuori, è qualcosa di ancora più raro e prezioso
Il carcere cambia davvero le persone?
Sì, ma non è il carcere che ti cambia. È la persona che decide di cambiare.
Il carcere può offrirti una cosa che fuori spesso manca: il tempo. Tempo per fermarti, riflettere e chiederti chi sei diventato e chi vuoi essere. Ma quel tempo, da solo, non basta.
Ogni cambiamento nasce da una scelta. C'è chi continua a vivere come prima, cercando solo di sopravvivere o di imparare nuove forme di violenza. E c'è chi, invece, decide di mettere in discussione se stesso, di studiare, leggere, crescere e dare un senso a ciò che è accaduto.
Cambiare non significa cancellare il proprio passato. Significa imparare a controllare quella parte di sé che ha fatto del male. Significa rinunciare alla violenza, non perché qualcuno te lo impone, ma perché non vuoi più essere quella persona.
Il carcere può diventare un luogo di riflessione. Ma la riflessione, da sola, non cambia nessuno. Serve il ravvedimento, serve una scelta di vita e serve anche trovare persone diverse da quelle che ti hanno accompagnato fino a quel momento. Perché è difficile cambiare se continui a vivere nello stesso mondo che ti ha portato a sbagliare.
Alla fine, cambiare non significa dimostrare qualcosa alla società. Significa guardarsi allo specchio e sapere di aver imparato a governare la propria rabbia, la propria violenza, le proprie scelte.
Se il carcere ti aiuta a fare questo, allora sì: può essere l'inizio di un cambiamento. Ma non è il carcere a cambiarti. È la tua coscienza che sceglie di farlo."
Come si affronta la solitudine in carcere?
La solitudine può essere la tua migliore amica oppure il tuo peggior nemico. Dipende da come la vivi.
C'è chi, restando solo, riesce a fermarsi, a riflettere, a guardarsi dentro. È nella solitudine che puoi fare i conti con te stesso, chiederti dove hai sbagliato, capire che cosa vuoi cambiare. Se hai il coraggio di metterti in discussione, la solitudine smette di fare paura e diventa un'occasione per crescere.
Ma non è così per tutti. Molte persone non riescono a stare da sole con i propri pensieri. Per loro il silenzio pesa, diventa un nemico, perché li costringe a confrontarsi con una parte di sé che hanno sempre evitato.
Per questo la solitudine non si supera soltanto con la forza di volontà. A volte serve qualcuno che ti ascolti, che ti aiuti a guardarti dentro senza giudicarti. Nessuno cambia davvero da solo. Anche il percorso più personale ha bisogno, prima o poi, dell'incontro con un'altra persona.
Io, dopo tanti anni di carcere, avevo imparato a stare bene anche da solo. La solitudine mi proteggeva da molti conflitti e mi dava il tempo di pensare. Ma non è una conquista che arriva automaticamente. Bisogna imparare a essere amici di se stessi.
E questa, forse, è la sfida più difficile di tutte .