Un giorno, camminando per Torino, Carlo Castelli si fermò davanti a un uomo che sembrava in difficoltà; gli si avvicinò e gli chiese “Ha bisogno di aiuto?”. Quell’uomo aveva appena finito di scontare la sua pena, era disorientato e non sapeva dove andare.
In quella domanda, apparentemente ordinaria, era già racchiusa la visione di Carlo Castelli: prima la persona, poi il detenuto.
Nato a Torino il 9 febbraio 1924, Carlo Castelli entrò nella Società di San Vincenzo De Paoli all’inizio degli anni Sessanta, iniziando con le attività caritative tradizionali.
Ma fu nei primi anni Settanta che compì la scelta che avrebbe segnato tutta la sua esistenza: dedicarsi al carcere.
In un’epoca in cui gli istituti penitenziari erano luoghi chiusi, quasi impermeabili alla società, Carlo Castelli comprese qualcosa che allora era tutt’altro che scontato: la pena non può esaurirsi nella punizione, ma deve aprire una possibilità di rinascita.
Da quel momento, il suo impegno si snodò dentro e fuori le carceri di Torino, Fossano e Saluzzo, costruendo una rete concreta di sostegno per detenuti e famiglie.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda come una persona diretta, instancabile, generosa. Per lui, aiutare una persona significava anche crederla capace di cambiare davvero.
Qualcuno lo definiva “un carro armato”, un “panzer dagli occhi dolci”, capace di affrontare ogni ostacolo senza arretrare, attento a ogni forma di sofferenza, preciso e rigoroso.
Nell’ultimo foglio di questa breve biografia è riportata una nota scritta a mano da Carlo Castelli nel 1994, da cui si evince il rigore con il quale chiedeva fossero gestite le attività di registrazione dei dati relativi ai detenuti; la nota si chiude con “raccomando la scrupolosità”.
Un maestro di vita, capace di vedere lontano
La dimensione più forte della sua umanità emerge nei ricordi di chi gli è stato accanto.
Vittorio Guercio lo definisce senza esitazione “amico, maestro di vita, confratello”. La loro amicizia nasce nel 1961, nelle visite alle famiglie profughe dell’Istria; poi le strade si dividono, finché Castelli lo richiama accanto a sé nel carcere, lo coinvolge, lo fa ricominciare.
Vittorio racconta: “Carlo era di poche parole, ci intendevamo con lo sguardo. Mi ha insegnato che prima di chiedere consiglio agli altri bisogna guardarsi dentro, e che il sostegno morale ha efficacia solo se si considera il detenuto come uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.”
E poi ancora: “Ogni volta che entro nella chiesa dove è stato celebrato il suo funerale, non posso che ricordare la folla di personaggi illustri, che si sono fatti da parte quando è entrata la bara, portata sulle spalle da quattro ergastolani del carcere di Saluzzo.”
Questa immagine è una sintesi perfetta di ciò che Carlo Castelli era stato: un uomo che aveva saputo entrare profondamente nella vita di chi era più lontano da tutti, restituendo dignità laddove dove sembrava perduta.
Lodovico Giarlotto, che al tempo era responsabile Caritas di Collegno e Grugliasco, racconta: “Entrai per la prima volta in carcere con Carlo, un sabato mattina. Al termine della mattinata, gli chiesi a che ora ci saremmo visti il sabato successivo. Lui rispose: ‘ormai hai conosciuto il carcere. Sabato entri da solo’. Quell'unico sabato mattina fu il mio corso di formazione. Da ridere a pensarci ora!”
L’impegno sociale
Dietro il carattere forte di Carlo Castelli c’era una grande sobrietà; nessun bisogno di apparire, nessuna ricerca di riconoscimento. Eppure, la sua influenza era enorme.
Figura carismatica, visitava con cadenza almeno mensile i detenuti di tutte le carceri di Piemonte e Valle d’Aosta. Redigeva e aggiornava l’elenco dei volontari delle 13 carceri suddividendoli a seconda delle competenze nella risoluzione delle problematiche (anagrafe, lavoro, pensione, dipendenze, ecc.). Di fatto, era responsabile del coordinamento dei volontari penitenziari di Piemonte e Valle d’Aosta.
Carlo Castelli non si limitò all’azione quotidiana, ma contribuì anche alla costruzione di una visione nuova del sistema penitenziario, partecipando ai lavori preparatori che portarono al riconoscimento del ruolo dei volontari negli istituti penitenziari italiani.
Fu anche tra i promotori della cosiddetta Legge Gozzini, che introdusse misure più orientate al reinserimento, e aprì formalmente le carceri alla presenza strutturata dei volontari.
Nel 1991 pubblicò anche una “Guida per il volontariato penitenziario”, insieme a Filippo Cristofanelli e Antonio De Salvia, segno del suo impegno non solo pratico ma anche culturale e formativo.
Fu tra coloro che capirono in anticipo che il carcere doveva aprirsi alla società, e non restare un luogo separato.
La nascita dell’Associazione di volontariato penitenziario “Carlo Castelli”
Quando Carlo Castelli morì improvvisamente nel 1998, il sistema di volontariato che aveva costruito, così legato alla sua persona, vacillò; era il segno di quanto Carlo fosse stato centrale.
Eppure, proprio da quella fragilità nacque qualcosa di nuovo: i volontari sentirono il bisogno di continuare insieme, e fondarono un’associazione che portasse il suo nome.
Lodovico Giarlotto racconta che nel carcere delle Vallette operavano oltre 60 volontari di decine di associazioni (la più numerosa, Conferenza di San Vincenzo, annoverava appena 5 persone).
Sorse l’esigenza di darsi un indirizzo.
A metà 2000, Giarlotto dette la sua disponibilità a costituire un’associazione, a patto che fosse effettivamente rappresentativa del volontariato. Pose dunque la condizione che tutte le associazioni operanti in Vallette delegassero almeno una persona a far parte della nuova associazione.
Molte accolsero l’invito e si poté procedere alla stesura dello Statuto e dell’Atto Costitutivo, che il 4 novembre 2000 furono sottoscritti da 7 persone (Gambera, Giarlotto, Mero, Ricci, Sandrone, Valabrega e Volpatto).
Il 22 novembre 2000, Atto e Statuto venivano registrati all’Ufficio dele Entrate di Torino: era nata l’Associazione di volontariato penitenziario “Carlo Castelli”.
Furono nominati: presidente Giarlotto, vice Sandrone e Valabrega, tesoriere Gambera, segretario Volpatto.
Perché l’Associazione fu chiamata Carlo Castelli?
Giarlotto ricorda: “essendo presenti nella compagine della costituenda associazione molte anime, dopo aver cercato nomi di fantasia, qualcuno ha suggerito di intestare l'associazione a Carlo Castelli, padre e formatore di tutti i volontari. Il consenso fu unanime! “
Nel 2026, l’Associazione Carlo Castelli conta circa 45 soci volontari, che, guidati dalla presidenza appassionata di Tiziana Propizio, ogni giorno svolgono servizio presso la casa circondariale “Lorusso e Cutugno di Torino”, offrendo assistenza morale e materiale, distribuzione di beni di prima necessità e svolgimento di servizi utili, come la gestione di laboratori rieducativi, il disbrigo di pratiche per reinserimenti futuri, o interventi su misure alternative concesse.
Il premio letterario Carlo Castelli
Il nome di Carlo Castelli vive anche nel premio letterario che porta il suo nome, a cura della Società di San Vincenzo De Paoli, rivolto ai detenuti italiani.
Attraverso la scrittura, il premio Carlo Castelli promuove percorsi di riflessione, responsabilità e rinascita personale, nel segno di quella stessa idea che ha guidato tutta la vita di Castelli: ogni persona deve poter essere considerata non solo per il proprio errore, ma anche per la possibilità di cambiare.
Ma soprattutto il suo nome vive nei gesti quotidiani di chi continua il suo lavoro.
Perché, come lui aveva intuito prima di molti altri, una persona non coincide mai con il suo errore. E il futuro di un uomo può cominciare anche da un incontro semplice, per strada.
L’Associazione di Volontariato Penitenziario “Carlo Castelli” ringrazia Lodovico Giarlotto, Vittorio Guercio, Vittorio Gremo e Massimo Revello, per la condivisione di materiali, testimonianze, e preziosi ricordi.
Associazione di Volontariato "Carlo Castelli" — Sede legale: Torino — C.F. 97604890018 — Iscritta al RUNTS